martedì 17 novembre 2015

Genitori, figli e gender. Quando la paura del diverso diventa una gabbia.

Paura. Questa è la parola chiave degli ultimi tempi. Paura.

Paura di non trovare lavoro, paura di non arrivare a fine mese, paura di camminare da soli la sera, paura di non essere all’altezza, paura di non essere capiti, paura di non capire, paura.

Oggi abbiamo un motivo in più per avere paura, i fatti di Parigi ce lo dicono chiaramente.
Ma le persone, purtroppo, tendono spesso a farsi prendere dall’emotività, a non approfondire, e quindi quanto abbiamo visto lo scorso venerdì 13 novembre 2015 si traduce in una generica “paura del diverso”.
E così accade che un cittadino qualunque, solo perché musulmano, si ritrovi la macchina vandalizzata sotto casa e non possa andare a lavoro. È diventato “diverso” perché visto solo con la lente d’ingrandimento dell’appartenenza religiosa.

E' accaduto con le donne, accostate al satanismo nel 1400.

E' accaduto con gli immigrati, associati alla delinquenza.

E' accaduto con gli omosessuali, visti come malati.

Questi sono stereotipi, che portano a pregiudizi, e quindi a comportamenti discriminatori basati non sulla realtà ma sulla scarsa conoscenza. E non conoscere qualcosa ce lo fa sembrare spaventoso. E lo spavento ci porta a difenderci, in modi a volte violenti.

La paura è però anche uno strumento prezioso. Chi ha visto il film Disney Inside Out ha visto bene come una dose adeguata di paura si traduca in prudenza, proteggendoci dal farci male. 
Tuttavia, quando la paura diventa eccessiva, si muta in paralisi, in rigide prese di posizione, in aggressione.

I genitori nutrono molte paure riguardo i loro figli.
Paura che si facciano male, paura che assistano a scene traumatiche, paura che frequentino cattive compagnie, e via discorrendo.

È giusto.

È compito dei genitori preoccuparsi. Ma è loro compito anche dare ai propri figli gli strumenti adatti a fronteggiare ogni situazione. Lo strumento che, secondo me, più di tutti aiuta i bambini a far questo è lo spirito critico: la capacità e l’attitudine mentale ad entrare nelle cose e a conoscerle, prima di formarsi un’opinione a riguardo.

Einstein diceva che "la conoscenza rende liberi".                
Conoscere la realtà in cui si vive è il primo passo per diventare un libero pensatore e un cittadino consapevole.

Una delle paure più recenti che ha investito il mondo dei genitori e della scuola è la cosiddetta “ideologia gender”, che ha portato molti genitori a protestare, a firmare petizioni, persino a inoltrare diffide alle scuole. Ma quanti hanno approfondito la questione, e quanti invece si sono fatti prendere dal panico?

Cerco di fare brevemente un po’ di chiarezza.

L’ideologia gender non esiste. Nella riforma scolastica e nei programmi non è menzionata, e nessuno vuole distruggere l’idea di famiglia tradizionale o insegnare ai bambini a masturbarsi.
Nella petizione che si è diffusa qualche tempo fa, venivano usati toni allarmanti, e si poteva leggere un ipotetico programma scolastico come questo:



Ma, ad esempio, andando a cercare la fonte originale, si vede che da 0 a 4 anni c’è molto altro, e che l’elenco di prima è stato tagliato e cucito in modo fazioso e volutamente allarmistico:



Per un approfondimento punto per punto su quest’opera di disinformazione e sul reale documento dell’OMS potete leggere questo articolo dell’Ordine Psicologi del Lazio.

In pratica, ciò che si intende veramente insegnare ai bambini è il rispetto della differenza, di ogni differenza. Il rispetto delle proprie emozioni e di quelle altrui. Del proprio e dell’altrui corpo. Non si vuole confondere, ma chiarire.

Da psicologa, posso assicurare ai genitori che dovessero leggere questo articolo, che i bambini sono attivi esploratori del mondo. Una delle caratteristiche più belle dell’infanzia è la curiosità, e reprimerla non fa altro che acuirla.
Se la società adulta, sotto forma di genitori, insegnanti ed educatori vari, non si assume la responsabilità di fornire una corretta informazione ai più piccoli su qualunque tema, cosa accadrà? Accadrà che andranno a cercarsi le informazioni che vogliono da soli, senza una guida, magari su internet, e lì si che un bambino lasciato da solo è in pericolo.

Noi adulti abbiamo, per forza di cose, tutta una serie di sovrastrutture mentali, di schemi interpretativi, di occhiali con cui vediamo il mondo.
Lasciamo i bambini liberi di costruirsi i loro schemi, di scegliere che occhiali indossare, senza ingabbiarli in preconcetti calati dall’alto, come stereotipi, ruoli prefissati, rigide regole su cosa si può esprimere e cosa no, su quali giocattoli sono adatti ai maschi e quali alle femmine. Queste sono solo gabbie culturali.

In occasione della Settimana del Benessere Psicologico, con alcuni colleghi tra cui le socie della mia associazione Polaris, ho tenuto un convegno proprio sul tema della paura del gender nelle scuole. È stato molto arricchente potersi confrontare con il pubblico, in cui c’erano genitori, nonni e insegnanti.

E abbiamo avuto la fortuna di poter ospitare la Dott.ssa Esposito, Dirigente Scolastica del 38° Circolo Quarati di Napoli.
È con una sintesi delle sue parole che voglio concludere questo articolo.

L’educazione al rispetto dell’altro in ogni sua forma è un’attività trasversale della scuola. L’educazione sessuale e sentimentale, l’educazione alla legalità, si attuano ogni giorno, al di là dei singoli progetti. Quando gli alunni fanno l’ora di educazione fisica e si organizza una partita, dove ognuno contribuisce con i propri punti di forza e debolezza, ognuno nel rispetto dell’altro, si sta facendo educazione alla diversità. Iscrivere un figlio in una scuola è certamente un atto di fede, e quindi, bisogna imparare anche ad avere fiducia dell’istituzione a cui si affida il proprio figlio in quelle ore, e alle persone che con passione ogni giorno ci lavorano.


Insomma, nel continuum tra gli estremi “Chiusura preoccupata” e “Disimpegno e delega”, cerchiamo di attestarci su un più equilibrato “Fiducia partecipativa”.