domenica 20 luglio 2014

Destino o volontà? Questo è il dilemma.

Nella nostra vita quanto conta l’ineluttabilità di un destino già scritto e quanto la nostra capacità di discernimento e di scelta? Ognuno ha la sua scuola di pensiero.

Quando parlo di scelta parlo di libertà, non in senso astratto, ma come capacità concreta dell’individuo di porsi come causa delle proprie azioni. Si tratta dunque di un processo consapevole, poiché non ci può essere libertà di scelta in ciò che facciamo automaticamente… non posso scegliere di non far saltare il ginocchio quando il medico mi colpisce col martelletto… ma per tutto il resto, oltre alla Mastercard, c’è la consapevolezza.

Tutti sono in grado di maturarla, pochi ne fanno buon uso.

Qualcuno, addirittura, preferisce dire di non esserne capace, pur di deresponsabilizzarsi dal fare una scelta. 

Quando parlo di consapevolezza, in questo caso, intendo la capacità di rappresentarsi le possibili conseguenze di un’azione prima di attuarla, e valutare dunque se e come agire. Ad esempio, se devo andare a prendere una persona alla stazione, e sono ad una festa, ho due possibilità: salutare gli amici e scendere, o attardarmi alla festa e arrivare in ritardo alla stazione. Sono in grado di prevedere le conseguenze delle due
possibilità, e sono quindi in condizione di scegliere. Se alla festa mi ubriaco e mi addormento in un angolo, e il mio amico alla stazione resta da solo 3 ore e magari viene pure rapinato, io non sono tanto certa che si possa dare la colpa al destino.

Nella cultura latina il Destino è figlio del Caos e della Notte. Nell’antica Grecia il Fato è personificato dalle tre Moire, che avevano il compito di tessere il fato di ogni uomo, svolgerlo e infine reciderlo inesorabilmente. L’idea era quella di un destino invincibile, a cui persino gli dei sottostavano. Insomma, fatalità un tanto al chilo.

Io sono maggiormente d’accordo col pensiero moderno di Akira Kurosawa, che diceva: “Anche gli dei sono impotenti davanti alla follia degli uomini che cercano la sofferenza invece della gioia e continuano a ripetere sempre gli stessi errori.”
Dunque, se fai sempre lo stesso sbaglio, non te la puoi prendere col destino, a meno che tu non faccia Destino di cognome.

La cultura orientale abbraccia un’idea opposta rispetto a quella greca. Gli indiani, ad esempio, sono legati al concetto di Karma, per cui ogni pensiero o azione ha una ripercussione sulla vita dell’individuo che l’ha messa in atto. L’uomo è quindi pienamente artefice del proprio destino, e può crescere ed evolvere nella vita, o anche nel corso delle diverse vite che vivrà, in base all’uso che fa della propria libertà di scelta.

Ecco. In un’altra vita devo essere stata indiana.

Schopenhauer diceva che “Ciò che la gente chiama destino è, per lo più, soltanto l’insieme delle sciocchezze che essa commette.”

Ecco. In un’altra vita devo essere stata Schopenhauer. O la sua vicina di casa, almeno.

In ogni situazione, ci troviamo davanti a limiti e risorse che possono non dipendere dalla nostra volontà. Ma a quel punto, se ci guardiamo attorno, ci accorgeremo che abbiamo
sempre, 
sempre, 
sempre, 
una possibilità di scelta.

Possiamo adagiarci sui limiti, ingegnarci sulle risorse, o trovare soluzioni alternative che superino persino le risorse disponibili.

“Perché la vita è costituita per il 10% da ciò che ti succede, e per il 90% da come reagisci a ciò che ti succede.” [J. Maxwell]

E qui torna la consapevolezza, perché non solo bisogna avere la capacità cognitiva di prevedere le conseguenze materiali delle proprie azioni, ma bisogna avere anche sufficiente empatia per immaginare le conseguenze emotive che le proprie azioni avranno sugli altri, e un’adeguata capacità di autovalutazione, perché se si sopravvalutano le proprie capacità, si rischia di impegolarsi in situazioni troppo complicate da cui non si riesce a uscire.
In questi casi, si palesa il cosiddetto “concorso di colpa esistenziale”, ovvero quando ci si mette in una situazione in cui le possibilità che le proprie azioni abbiano un esito negativo sono elevatissime. E lì è un attimo dare la colpa al destino invece che alla propria scarsa consapevolezza.

In psicologia esiste un costrutto molto interessante: il locus of control, che può essere interno o esterno. Chi ha un locus of control interno tende ad attribuire gli accadimenti della propria vita a fattori personali, chi lo ha esterno invece li attribuisce a fattori non dipendenti da sè.

Facciamo l’esempio dello studente bocciato all’esame. Se ha un locus interno, penserà di essere stato bocciato perché non ha studiato abbastanza. Se ha un locus esterno, penserà che la bocciatura sia dipesa dal professore che lo ha preso in antipatia, o dalle domande troppo difficili.

Ovviamente si tratta di una semplificazione, e in genere si può avere un locus interno o esterno secondo le situazioni; tuttavia ci sono persone con una spiccatissima tendenza in un verso o nell’altro. In genere, chi ha un locus of control interno ha anche un’autostima più elevata e si sente più efficace nel condurre la propria vita, rispetto a chi ha un locus esterno, che tenderà ad attribuire successi e insuccessi al fato, e quindi si sentirà per lo più impotente.

Io sono dell’idea, e credo sia chiaro a questo punto, che nulla accade per caso.
Possiamo sempre scegliere. Quindi, uscite dalla zona di comfort e rischiate la vostra idea!

Tirare in ballo il destino è tipico degli irrazionali e dei vigliacchi (emotivamente parlando).

Quindi, se avete più di 3 anni, smettetela di dire cose tipo:

“non sono stato io”

“era già così quando sono arrivato”

“era già tutto segnato nel destino”

“ho sbattuto contro il lavandino perché il lavandino è cattivo”

Chiaro?

Vi lascio con le parole di Ligabue:

“E, in mezzo a tutto questo perdersi,
c’è un uscio chiuso nell’anima
chissà se ti ricordi la tua chiave dov’è?
E, in mezzo a tutto questo sciogliersi,
fa più il destino o la volontà?”


Una canzone vecchia, ma che vale la pena far rivivere…potete ascoltarla qui


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