domenica 23 febbraio 2014

10 modi per capire subito se una catena di Sant’Antonio è una bufala

Aforisma del giorno: “L’idea di essere liberi terrorizza la gente che si aggrappa alle proprie catene e alle regole e avversa chiunque tenti di distruggerle.”


In questo caso, le catene a cui mi riferisco sono quelle di Sant’Antonio.
Se ne è parlato tanto, ci sono numerosi siti che ogni giorno combattono il pernicioso avanzare delle catene di Sant’Antonio aggiornando di continuo le bufale che girano sul web.

Eppure, moltissima gente continua a crederci. E a diffonderle. Dando così l’ennesima prova che Internet è uno strumento. Non è buono o cattivo, è semplicemente uno strumento dalle enormi potenzialità. C’è chi lo ha usato per creare Google, e chi lo usa per avvertire la popolazione mondiale che se non trova una B in un mazzo di R i loro desideri non si avvereranno mai, e loro lo sanno perché un contadino del Nebraska ha ignorato quella mail e subito dopo gli è esploso il rastrello. C’è chi usa la Rete per combattere la censura su avvenimenti di primaria importanza, e chi la adopera per far donare soldi sempre allo stesso bambino (inesistente) da 15 anni.

Son dettagli.

Ma perché, in una piovosa domenica di febbraio, mi è venuto in mente di scrivere delle catene di Sant’Antonio?

Perché oggi mi è arrivata l’ennesima catena?

Si, in parte.

Ma ciò che veramente mi ha dato lo spunto è stata la conversazione che è seguita alla ricezione del messaggio.
Alla mia espressione di meraviglia e al mio far notare che si trattasse di una bufala, peraltro piuttosto datata, la risposta non è stata “ah, non lo sapevo”, oppure “non ci ho fatto caso”, bensì qualcosa tipo “ognuno è libero di credere a ciò che vuole”.

Ma per carità! Assolutamente! Anch’io sono una fan di Voltaire e del suo “non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu possa esprimerla”. È ovvio!

Ma ci sono cose che vanno al di là della libertà di opinione. Ogni tanto, in questo mondo dove tutto è incerto e precario, esistono ancora dei fatti.

La catena in questione è quella famosa su WhatsApp  a pagamento che costerà quanto il caviale, perché sono rimasti solo pochi account liberi.

Ora, io potrei spiegare nel dettaglio perché questa è una palese bufala.

Potrei dire che girava già per MSN e che continua a vagare sul web dal 2001...

Potrei far notare a tutti quelli che hanno inoltrato il messaggio che la loro icona non ha cambiato colore come promesso nel messaggio stesso...

Potrei sperticarmi in considerazioni varie sulla dubbia probabilità che un tale colosso abbia finito gli account come il minimarket sotto casa finisce il latte perchè ha sbagliato a ordinarlo...

Potrei dare tante spiegazioni, ma mi limiterò a dire solo che io con queste cose ci lavoro. Sono una psicologa e a Napoli tengo corsi di formazione per adulti che si chiamano “educare al digitale”. Nel mio piccolo qualcosa so sul mondo del web, comprese le catene di Sant’Antonio.

Quindi, se vai da un nutrizionista e gli dici che la Nutella fa dimagrire, non puoi farlo nel nome della libertà di opinione.

E dire che non ci vuole molto a capire che un messaggio è una bufala. Ma siccome può capitare a tutti di caderci, soprattutto quando le catene riguardano fatti altamente emotigeni, come bambini malati o persone scomparse, ho pensato di pubblicare un piccolo vademecum.


Ecco 10 modi per capire subito se una catena di Sant'Antonio è una bufala:

  1.  Partite dall’idea che quasi certamente si tratti di una bufala. Potrà sembrarvi un atteggiamento cinico, ma vi spingerà ad avere un occhio critico nella lettura. Se partite dall’idea che si tratti di qualcosa di vero, farete meno caso ai segnali d’allarme.
  2. Leggete attentamente il messaggio senza soffermarvi sulle parti che fanno leva sull’emotività. Vi aiuterà a esaminare più lucidamente il contenuto e a notare se ci sono informazioni contraddittorie.
  3. Vedete se ci sono nomi e luoghi. Spesso le catene/bufala non fanno riferimenti a persone specifiche o a città, ma dicono solo “un povero bimbo ha bisogno di sangue”.
  4. Controllate se ci sono dettagli temporali. Spesso le bufale non hanno questi dettagli, ad esempio c’è scritto che la tale persona è scomparsa da 3 giorni, ma non c’è la data, e così il messaggio sembra sempre “recente” anche se in realtà gira da anni.
  5. Controllate “quali” dettagli temporali ci sono. Anche quando ci sono date, assicuratevi che siano coerenti e credibili. Se ad esempio in un messaggio arrivatovi oggi 23 febbraio 2014 c’è scritto che se non inoltrerete il messaggio Facebook vi ruberà le informazioni personali cambiando le impostazioni per la privacy a partire dal 1 agosto 2012, sono due le possibilità: o è una bufala (99%) o è in ogni caso troppo tardi, quindi inutile (1%)
  6. Diffidate di chi vi chiede soldi. Se c’è scritto un IBAN a cui inviare denaro, non fatelo, a meno che non siate assolutamente certi della veridicità dei fatti.
  7. Non credete ai messaggi che vi chiedono di dare dati personali, come il vostro numero di conto o la vostra password. Sono sempre bufale.
  8. Cercate su Google le parole chiave della catena, ad esempio nomi, o frasi particolari e specifiche. Così potrete valutare se la notizia è riportata da fonti autorevoli, o se qualcuno ha già fatto indagini e scoperto che si tratta di una bufala. (Come dicevo prima, ci sono molti siti che raccolgono e tengono in archivio le bufale più diffuse). Volete fare una prova? Digitate Ashley Flores bufala.
  9. Non accontentatevi di una sola fonte. Qualche volta è capitato che giornali italiani riportassero notizie che si sono poi rivelate false, come quella dei bonsai kitten, gattini venduti in bottiglia. Quindi, cercate più di una fonte.
  10. Chiedete lumi a chi vi ha inviato la catena. Spesso nelle catene ci sono scritte cose come “io l’ho già fatto”. Chiedete se è vero. Una persona ha bisogno di un intervento costoso e necessita di soldi? Chiedete a chi vi ha inviato il messaggio se conosce davvero questa persona.



E voi, cosa ne pensate delle catene di Sant’Antonio? Le cestinate a prescindere, siete solo cauti, o avete un atteggiamento del tipo “non è vero, ma ci credo”?

giovedì 13 febbraio 2014

Amore, dove mi porti per San Valentino?

Indagini Istat mostrano che ogni anno circa 1 coppia sposata su 3 entra in una grave crisi e si separa. Secondo un sondaggio condotto da “In a Bottle” quest’anno 1 coppia su 3 festeggerà San Valentino alle terme. Non saprei dire se si tratta proprio di quella coppia su tre che sta entrando in una fase di crisi, ma sta di fatto che le coppie sembrano aver bisogno di intimità e relax.

Belle le terme, condivido. Se avete bisogno di staccare per un paio di giorni dalla routine quotidiana, probabilmente un weekend alle terme è la scelta più azzeccata che possiate fare, a meno che non vi dia fastidio l’acqua troppo calda, non siate ipertesi e non siate turbati dall’avere addosso soltanto le mani di un’estranea ed un piccolo asciugamani.

O dal vedere che il vostro partner ha addosso soltanto le mani di un’estranea ed un piccolo asciugamani.

In quel caso potreste tornare più stressati di prima.

Io, nella mia ingenuità, ho pensato che la scelta fosse dettata semplicemente dal desiderio di staccare la spina per un paio di giorni, ma vediamo insieme le motivazioni delle coppie consultate nel sondaggio:

“Perché hanno optato su un soggiorno alle Terme? Quasi 1 coppia su 2 (47%) lo giustifica con la possibilità di trovare relax e benessere psicofisico (24%) e l’opportunità per dare nuova linfa al desiderio fisico dell’altro (23%). Il 19% sceglie le Terme perché favoriscono il “tete a tete” che aumenta così la possibilità di ascoltare le esigenze dell’altra persona (21%) e scoprire lati del carattere sopiti (13%) o desideri nascosti (14%).  In definitiva quello che gli innamorati italiani si aspettano di trovare alle Terme sono l’intimità di coppia (34%), la fiducia (32%), l’ascolto reciproco (31%), il confronto (29%), la gratificazione (23%) e l’equilibrio(21%).

Mi chiedo: non saranno obiettivi un tantino esagerati per un weekend alle terme? Magari non è neanche un weekend, è solo un pomeriggio…

A meno che le piscine termali non siano piene di Acqua Santa, la vedo un po’ difficile…

Ok, magari adesso sembrerà che voglia tirare acqua al mio mulino, ma se ho costruito questo mulino è perché ci credo quindi… va bene il relax, va bene l’intimità, va bene pure quel pizzico di sensualità tra i vapori del bagno turco… ma forse per l’ascolto reciproco, il confronto, la fiducia, la riscoperta dell’altro e l’equilibrio di coppia sarebbe il caso di fare anche qualcosa di diverso…

Lo dico?

Lo dico?


Lo dico!

Perché non una bella consulenza di coppia?

E voi direte: vuoi mettere la comodità di avvoltolarci in un morbido accappatoio e stordirci tra i vapori aromatici convincendoci che va tutto bene fino alla prossima lite o al prossimo “no” a letto, con la fatica di guardarci “davvero” e riflettere insieme su dove stiamo andando e come?

No, assolutamente. Ci mancherebbe. Andare a cercare il benessere alle terme è sicuramente più facile.

Tentare di portare il benessere delle terme nel vostro cuore un po’ meno. Però vale la pena provarci.

Per l’occasione, ho deciso di fare a tutte le coppie il mio personale regalo di San Valentino, potete vederlo sul mio sito www.valentinabovio.it


E voi, che programmi avete per San Valentino? Lascia un commento!

mercoledì 12 febbraio 2014

Cyberbullismo: internet è un luogo sicuro dove crescere i tuoi figli?


È di ieri la notizia dell’adolescente suicida in provincia di Padova. Nadia, quattordicenne, si è tolta la vita gettandosi da un hotel abbandonato.



Stamane ne hanno parlato anche a Radio DeeJay. Qui potete ascoltare il mio intervento, in cui parlo dell’argomento con Linus e Nicola Savino nella puntata di DeeJay chiama Italia di oggi 12 febbraio.


Il suicidio di una ragazza così giovane è sempre terribile, ma c’è un motivo se questa particolare notizia ha avuto tanta risonanza mediatica e sta rimbalzando tra giornali e trasmissioni. Nadia era iscritta sul social network Ask.fm nel quale, pare, avrebbe pubblicato foto dei tagli che si infliggeva, e parlato del suo stato emotivo e delle proprie intenzioni suicidarie. Altri utenti le hanno risposto con insulti e provocazioni, augurandole anche la morte, e spingendola ad attuare i suoi propositi.

In una parola, cyberbullismo.

E lei non ha retto.

Subito si è scatenata la bagarre di opinioni e di proposte risolutive. C’è chi incolpa i genitori, chi la società… ma un grido si è levato a gran voce: Ask.fm deve essere chiuso.

Ma io mi chiedo: non sarebbe un po’ come chiudere le autostrade perché c’è chi guida ubriaco?

Si, perché il punto non è il sito.
Il punto è che una ragazzina gonfia di dolore non ha ritenuto di appoggiarsi a nessuno, né alla famiglia, né agli amici, ma è andata a sfogarsi su un social network. Il punto sono gli altri utenti, incapaci della minima empatia, e lontani anni luce dalla comunicazione, quella vera, che hanno saputo soltanto scaricare odio attraverso una tastiera. Il punto è che adesso il mondo ha un’altra coppia di genitori disperati che non dormiranno più chiedendosi cosa avrebbero potuto fare o non fare.

Questo è il punto.

Se Ask.fm dovesse essere oscurato, immediatamente ne aprirebbero altri cento simili. Chi ha intenzione di insultare e ferire il prossimo, non ha bisogno di Ask.fm. Un modo lo trova di sicuro. Temo che questo accanimento sul social network rischi di diventare solo una caccia alle streghe. Trovato il capro espiatorio, lo si fa fuori e poi si può tornare a chiudere gli occhi fino alla prossima volta.

Purtroppo il bullismo è sempre esistito, e allora che si fa? Chiudiamo la scuola perché c’è un bullo che picchia i compagni? O cerchiamo di infondere nei nostri figli la fiducia in se stessi, crescendoli nel rispetto e nel dialogo? Non intendo solo i genitori con i loro singoli figli, ma tutti noi. Tutti noi adulti abbiamo una precisa responsabilità nei confronti degli adulti di domani.

Ora probabilmente qualcuno penserà: eccola, la solita psicologa new age, che inneggia alla fiducia in se stessi come panacea di tutti i mali. Piuttosto chiudiamo tutti i siti e i social network, e abbiamo risolto.

No.

Perché nella vita uno che ti dice “fai schifo, il mondo starebbe meglio senza di te, muori” si può sempre incontrare. Il problema è che Nadia, leggendo parole come queste, non ha chiuso il PC, non è andata dalla madre a dire “c’è un idiota che mi insulta”, non ha segnalato l’abuso. No.

Nadia probabilmente ha pensato “è vero, faccio schifo e starebbero meglio senza di me.”

Questo è il problema.

Proprio ieri si è tenuto il Safer Internet Day, è il sottotitolo dell’evento è stato “Let’s create a better internet togheter”. TOGHETER. In un mondo dove la solitudine avvelena, “insieme” è una bellissima medicina.


Voi cosa ne pensate? Che idea vi siete fatti della faccenda?

martedì 11 febbraio 2014

Lookback. Un video di un minuto basta a dire chi sei?


Goethe diceva “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Oggi direbbe “dimmi cosa posti su facebook e ti dirò chi sei”.

Si, perché nell’era di internet, in cui i datori di lavoro cercano informazioni sui candidati nei social network, le mogli gelose cercano prove di tradimento nelle chat, e le relazioni diventano complicate o disimpegnate con un clic, la tua identità è la tua immagine mediatica.

Ma è davvero così?

Le persone hanno una visione parziale di te, e con quella tendono ad identificarti. Già è abbastanza fastidioso nella vita quotidiana, dove persone che non ti hanno mai incontrato prima ti vedono mangiare un’insalata e dicono “ah, ho capito, sei la classica persona sempre a dieta, guai a sgarrare…”. Certo, perché loro non sanno che mezz’ora prima eri all’inaugurazione della pasticceria di un tuo amico e ti sei tuffato nella mignon come la Cagnotto alle Olimpiadi.

L’immagine che presentiamo di noi agli altri è ancora più parziale su internet. Soprattutto su facebook.

Qualche giorno fa Facebook ha compiuto 10 anni. Tanti auguri.
Per festeggiare, ha realizzato un filmato per ogni profilo. Lo avete visto? Certo che lo avete visto. Negli ultimi giorni è stato tutto un condividere e uno spammare in giro per bacheche.

Il video è realizzato partendo dall’immagine profilo con cui vi siete iscritti, proseguendo con alcune foto postate nel periodo iniziale di iscrizione; i post che hanno ricevuto maggior numero di mipiace, e infine le foto che avete condiviso.
Questa dovrebbe essere la sintesi rappresentativa della vostra vita su facebook. In qualche modo, dovrebbe dire qualcosa su chi siete, e su chi sono i vostri amici. Si, perché i post che hanno ricevuto tanti mipiace sono in un certo senso lo specchio della condivisione: i vostri pensieri di maggior successo e le idee che i vostri amici apprezzano maggiormente e che condividono.

Quindi, se la frase più rappresentativa del vostro passaggio sulla Rete è qualcosa tipo “sapete che non è possibile leccarsi i gomiti?” forse dovreste farvi qualche domanda.

Alcune persone sono rimaste molto soddisfatte dal filmato dell’anniversario di facebook, poiché sostengono che abbia effettivamente colto i passaggi salienti del loro percorso. Sono quindi contenti dell’immagine che di loro viene data.

Altri invece, sono rimasti perplessi e ritengono che ne risulti un’immagine fuorviante.
Una mia collega, ad esempio, è venuta fuori come un personaggio da thriller americano ossessionata da Raffaele Morelli.  Del resto, il fatto che tali post avessero ricevuto un gran numero di mipiace, offre un’immagine singolare di tutta una fetta della comunità facebookiana.

Io, in linea di massima, sono abbastanza contenta. È venuto fuori il mio amore amareggiato per Napoli, la mia città, i miei affetti familiari, e il raggiungimento di un bel traguardo professionale.
Quindi, sono soddisfatta della sintesi che facebook ha fatto di me?

No.

Sono soddisfatta di come io ho usato il mezzo facebook negli anni.
Giacchè si può offrire di se solo un’immagine parziale, cerchiamo di farlo al meglio!

E voi, siete contenti del vostro filmato per l’anniversario di facebook?
Cosa vi ha colpito di più?
Qual è l’immagine di voi che ne viene fuori?


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