venerdì 28 novembre 2014

Psicologhe sull'orlo di una crisi di nervi

Una domanda in cui mi imbatto spesso, sia da parte di semplici curiosi, sia di giovani che stanno pensando di iscriversi a psicologia, è "ma cosa fa lo psicologo"?...non tanto nel senso degli sbocchi lavorativi, ma proprio di "qual è la giornata tipo"?

Bene, analizziamo insieme le ultime 24 ore, volete?


- Esorcizza gli spettri del passato remoto che aleggiano sulla tua testa appena sveglia.

- Combatti gli spettri del passato prossimo, perchè "a volte ritornano" come in ogni film horror che si rispetti, coalizzandosi con gli spettri più vecchi per presentarsi, ovviamente, tutti nella stessa giornata.

- Medita se sia il caso di impattare violentemente con lo spigolo più vicino o di incanalare costruttivamente le emozioni che provi.

- Convieni con te stessa che hai studiato troppi anni e speso troppi soldi per scegliere lo spigolo come farebbe un comune mortale, quindi espandi il tuo cosmo fino a raggiungere il settimo senso e utilizzi il corpo per farlo fluire, con una libera interpretazione del fulmine di Pegasus. Senza i versetti però.

- Discuti con clienti che ritengono che lavori solo per loro e che il fatto di pagarti (poco) gli dia diritto di gestire il tuo tempo a loro piacimento.

- Rivaluta l'opzione spigolo.

- Dai disponibilità a colleghi per un appuntamento di lavoro.

- Lavora, garantendo elevati standard di concentrazione ed empatia. Nonostante tutto.

- Scopri che i colleghi di cui sopra sono misteriosamente scomparsi, salvo poi ricomparire quando tu devi riprendere a lavorare.

- Lo spigolo è un'opzione sempre più appetibile.

- Lavora.

- Scendi di corsa per un'acquisto dell'ultimo momento rotolando sotto la saracinesca stile Indiana Jones.

- Organizza un'uscita decongestionante per eludere la neuro che di certo sta per venire a prenderti. Ovviamente, qualche valoroso amico cade nel tentativo.

- Esci.

- Torna.

- Svegliati alle 4 del mattino perchè il tuo corpo, rispettosamente, ha aspettato un momento di calma per stare male.

- Spegni 3 volte la sveglia, scegli al volo un abbigliamento con elevato coefficiente di comodità e che vada bene per tutto quello che devi fare perchè sai che non avrai tempo di cambiarti (si, i tuoi abiti sono classificati secondo comodità inversamente proporzionali alla difficoltà della giornata)

- Arriva a lavoro con qualche minuto di ritardo, improvvisando un minimo di make up in metropolitana, usando gli occhiali da sole come specchio. (Si, perchè sei stata abbastanza previdente da portarteli dietro a questo unico scopo, visto che non c'è sole)

- Comincia a lavorare ancora col cappotto addosso, mentre vieni assalito in stile The Walking Dead da gente che si lamenta di stare lì dalle 9, anche se si apre al pubblico alle 9.30.

- Guarda lo spigolo con crescente cupidigia.

- E così via... altro giro, altra corsa.

Ma non abbiate timore, miei piccoli amici che volete fare questa professione.

Non è sempre così.


A volte è peggio.

domenica 20 luglio 2014

Destino o volontà? Questo è il dilemma.

Nella nostra vita quanto conta l’ineluttabilità di un destino già scritto e quanto la nostra capacità di discernimento e di scelta? Ognuno ha la sua scuola di pensiero.

Quando parlo di scelta parlo di libertà, non in senso astratto, ma come capacità concreta dell’individuo di porsi come causa delle proprie azioni. Si tratta dunque di un processo consapevole, poiché non ci può essere libertà di scelta in ciò che facciamo automaticamente… non posso scegliere di non far saltare il ginocchio quando il medico mi colpisce col martelletto… ma per tutto il resto, oltre alla Mastercard, c’è la consapevolezza.

Tutti sono in grado di maturarla, pochi ne fanno buon uso.

Qualcuno, addirittura, preferisce dire di non esserne capace, pur di deresponsabilizzarsi dal fare una scelta. 

Quando parlo di consapevolezza, in questo caso, intendo la capacità di rappresentarsi le possibili conseguenze di un’azione prima di attuarla, e valutare dunque se e come agire. Ad esempio, se devo andare a prendere una persona alla stazione, e sono ad una festa, ho due possibilità: salutare gli amici e scendere, o attardarmi alla festa e arrivare in ritardo alla stazione. Sono in grado di prevedere le conseguenze delle due
possibilità, e sono quindi in condizione di scegliere. Se alla festa mi ubriaco e mi addormento in un angolo, e il mio amico alla stazione resta da solo 3 ore e magari viene pure rapinato, io non sono tanto certa che si possa dare la colpa al destino.

Nella cultura latina il Destino è figlio del Caos e della Notte. Nell’antica Grecia il Fato è personificato dalle tre Moire, che avevano il compito di tessere il fato di ogni uomo, svolgerlo e infine reciderlo inesorabilmente. L’idea era quella di un destino invincibile, a cui persino gli dei sottostavano. Insomma, fatalità un tanto al chilo.

Io sono maggiormente d’accordo col pensiero moderno di Akira Kurosawa, che diceva: “Anche gli dei sono impotenti davanti alla follia degli uomini che cercano la sofferenza invece della gioia e continuano a ripetere sempre gli stessi errori.”
Dunque, se fai sempre lo stesso sbaglio, non te la puoi prendere col destino, a meno che tu non faccia Destino di cognome.

La cultura orientale abbraccia un’idea opposta rispetto a quella greca. Gli indiani, ad esempio, sono legati al concetto di Karma, per cui ogni pensiero o azione ha una ripercussione sulla vita dell’individuo che l’ha messa in atto. L’uomo è quindi pienamente artefice del proprio destino, e può crescere ed evolvere nella vita, o anche nel corso delle diverse vite che vivrà, in base all’uso che fa della propria libertà di scelta.

Ecco. In un’altra vita devo essere stata indiana.

Schopenhauer diceva che “Ciò che la gente chiama destino è, per lo più, soltanto l’insieme delle sciocchezze che essa commette.”

Ecco. In un’altra vita devo essere stata Schopenhauer. O la sua vicina di casa, almeno.

In ogni situazione, ci troviamo davanti a limiti e risorse che possono non dipendere dalla nostra volontà. Ma a quel punto, se ci guardiamo attorno, ci accorgeremo che abbiamo
sempre, 
sempre, 
sempre, 
una possibilità di scelta.

Possiamo adagiarci sui limiti, ingegnarci sulle risorse, o trovare soluzioni alternative che superino persino le risorse disponibili.

“Perché la vita è costituita per il 10% da ciò che ti succede, e per il 90% da come reagisci a ciò che ti succede.” [J. Maxwell]

E qui torna la consapevolezza, perché non solo bisogna avere la capacità cognitiva di prevedere le conseguenze materiali delle proprie azioni, ma bisogna avere anche sufficiente empatia per immaginare le conseguenze emotive che le proprie azioni avranno sugli altri, e un’adeguata capacità di autovalutazione, perché se si sopravvalutano le proprie capacità, si rischia di impegolarsi in situazioni troppo complicate da cui non si riesce a uscire.
In questi casi, si palesa il cosiddetto “concorso di colpa esistenziale”, ovvero quando ci si mette in una situazione in cui le possibilità che le proprie azioni abbiano un esito negativo sono elevatissime. E lì è un attimo dare la colpa al destino invece che alla propria scarsa consapevolezza.

In psicologia esiste un costrutto molto interessante: il locus of control, che può essere interno o esterno. Chi ha un locus of control interno tende ad attribuire gli accadimenti della propria vita a fattori personali, chi lo ha esterno invece li attribuisce a fattori non dipendenti da sè.

Facciamo l’esempio dello studente bocciato all’esame. Se ha un locus interno, penserà di essere stato bocciato perché non ha studiato abbastanza. Se ha un locus esterno, penserà che la bocciatura sia dipesa dal professore che lo ha preso in antipatia, o dalle domande troppo difficili.

Ovviamente si tratta di una semplificazione, e in genere si può avere un locus interno o esterno secondo le situazioni; tuttavia ci sono persone con una spiccatissima tendenza in un verso o nell’altro. In genere, chi ha un locus of control interno ha anche un’autostima più elevata e si sente più efficace nel condurre la propria vita, rispetto a chi ha un locus esterno, che tenderà ad attribuire successi e insuccessi al fato, e quindi si sentirà per lo più impotente.

Io sono dell’idea, e credo sia chiaro a questo punto, che nulla accade per caso.
Possiamo sempre scegliere. Quindi, uscite dalla zona di comfort e rischiate la vostra idea!

Tirare in ballo il destino è tipico degli irrazionali e dei vigliacchi (emotivamente parlando).

Quindi, se avete più di 3 anni, smettetela di dire cose tipo:

“non sono stato io”

“era già così quando sono arrivato”

“era già tutto segnato nel destino”

“ho sbattuto contro il lavandino perché il lavandino è cattivo”

Chiaro?

Vi lascio con le parole di Ligabue:

“E, in mezzo a tutto questo perdersi,
c’è un uscio chiuso nell’anima
chissà se ti ricordi la tua chiave dov’è?
E, in mezzo a tutto questo sciogliersi,
fa più il destino o la volontà?”


Una canzone vecchia, ma che vale la pena far rivivere…potete ascoltarla qui


lunedì 7 luglio 2014

L'uomo che amava le donne. La dipendenza affettiva maschile


La dipendenza affettiva rientra nelle cosiddette " new addictions", ovvero quelle dipendenze senza sostanza chimica. Nella dipendenza affettiva la persona ricerca ossessivamente l'amore, così come il tossicodipendente ricerca la droga, ed ha un bisogno spasmodico di essere amato, pur avendo poche capacità di amare a sua volta.

Ultimamente si sente spesso parlare di dipendenza affettiva, e di solito si fa riferimento alle donne che ne soffrono, poiché statisticamente ne sono più colpite. Tuttavia, esiste anche una forma di dipendenza affettiva maschile, ugualmente dolorosa.

Pur trattandosi dello stesso disturbo, le modalità con cui uomini e donne vi reagiscono sono diverse: le donne tendono a rifugiarsi nell'introspezione, gli uomini invece, solitamente, si lanciano freneticamente nel lavoro o nello sport, cercando una scarica attraverso il corpo.

Molto spesso, alla radice della dipendenza affettiva maschile, si ritrova un rapporto madre-bambino molto particolare. Spesso infatti il dipendente affettivo ha avuto una madre apprensiva, ipercontrollante ed efficiente. Tale accudimento estremo non ha consentito al bambino di diventare autonomo e di sperimentarsi nella vita da solo, mantenendolo in uno stato di dipendenza costante dalla figura materna.
Ecco che quel bambino, ora diventato adulto, continua a ricercare quell'accudimento totalizzante nella partner.

Dunque, come è evidente, il fulcro di tutto è l'autostima, che nel dipendente affettivo assume la consistenza delle sabbie mobili.
Quest'uomo cammina sul guado della sua bassa autostima, cercando affannosamente di aggrapparsi alla partner di turno, ottenendo il solo risultato di farla affondare con lui e di annaspare ancora di più in un'autostima, per questo, sempre più bassa.

La dipendenza affettiva maschile generalmente può incanalarsi in due strade, che potremmo riferire ai personaggi di Otello e Don Giovanni.

Otello instaura una relazione di dominio con Desdemona che, per quanti sforzi faccia, non riesce a tranquillizzarlo sul suo amore. Dunque Otello, per quanto appaia dominante, è dipendente dalla sua amata, e vive nella costante paura dell'abbandono e del tradimento, che manifesta attraverso il possesso e la gelosia estrema.

Don Giovanni, di converso, evita il legame stringendo relazioni esclusivamente sessuali, e fuggendo non appena si palesa il rischio di un coinvolgimento emotivo. Come canta Nina Zilli, “tutte le donne che vuoi, le hai, ma d'amore tu non muori mai...”
In entrambi i casi, ad ogni modo, la relazione non viene ricercata in quanto tale, ma solo come sedativo delle proprie ansie di abbandono e della propria paura della solitudine.

Ma la buona notizia è che dalla dipendenza affettiva si può guarire, con l'aiuto giusto. E non c'è niente di male ad affidarsi a un professionista. Una psicoterapia può essere molto utile, in questi casi.

Ed è così che voglio concludere questo articolo, caro lettore che annaspi nelle sabbie mobili delle tue insicurezze...

Ogni giorno, un Otello si alza, ed è in ansia perchè sa che dovrà correre a controllare la sua donna dagli assalti del Don Giovanni di turno..
Ogni giorno, un Don Giovanni si alza, ed è in ansia perchè sa che dovrà correre a sedurre una partner per la giornata senza farsi beccare dall'Otello di turno...
Quindi, non importa che tu sia Otello o Don Giovanni...
Smettila di correre. Respira. E lavora sulla tua ansia.

Solo quando imparerai ad amare un po' di più te stesso, potrai amare un'altra persona.


lunedì 2 giugno 2014

Odio il lunedì. Perché non riusciamo a goderci neanche la domenica.

Qualche domenica fa, ho incontrato per strada una coppia di amici. Lei sorridente, lui con un’aria afflitta e pensierosa. Così ho chiesto: cos’è quella faccia? E la risposta è stata: sto pensando che domani è lunedì e devo lavorare, fare un sacco di cose… per me la domenica è una mazzata in fronte”.

E mi è venuto da pensare a tutte le volte che, nella vita, non viviamo appieno il momento bello che stiamo trascorrendo, perché la preoccupazione per eventuali momenti brutti o stressanti che verranno occupa tutta la nostra mente.

Si dice che l’attesa del piacere sia essa stessa piacere…e, aggiungo io, l’attesa dello stress è essa stessa stressante…!

Pensateci un attimo.

Pensate a quel sabato in cui avete rinunciato ad andare ad una festa perché il lunedì avevate un esame. Oppure ci siete andati ma non vi siete divertiti perché pensavate all’esame.

Pensate a quella passeggiata sul lungomare in cui il/la vostro partner vi stava raccontando un episodio simpatico, ma che non avete ascoltato perché stavate pensando già al bucato accumulato da fare al ritorno a casa.

Pensate a quella sera che eravate stesi sul divano a leggere un libro, ma non riuscivate a rilassarvi e ad immergervi nella storia perché nella testa si rincorrevano gli impegni del mattino dopo.

Prendetevi un minuto.

Pensate a tutte quelle volte. Quelle in cui c’eravate con il corpo ma non con il cuore.

Molti di noi rincorrono affannosamente il fine settimana, non vedono l’ora che arrivi la domenica, e poi non se la godono. Non facciamo in tempo a liberarci di un’incombenza, che subito se ne affaccia un’altra.

Adesso probabilmente starete pensando che è ovvio, che la vita è sempre piena di faccende da sbrigare, di preoccupazioni; che il periodo storico che viviamo è difficile… e sapete che vi dico?

È vero.

Tutto vero.

Tutto assolutamente, pienamente, dannatamente, vero.

Ma se non siamo noi a ritagliarci degli spazi per il nostro benessere, la vita non lo farà al posto nostro. La vita è difficile, complessa, ricca, e se aspettiamo il momento di calma per poterci prendere cura di noi stessi, quel momento potrebbe non arrivare mai.



Quindi dobbiamo conquistarcelo da soli.

In “Io speriamo che me la cavo” c’è una massima meravigliosa:
“A vita è comm a scalett do pollaio…cort e chin e merd”

Adesso, anche senza voler essere così naif, bisogna riconoscere che gli impegni nella vita sono tanti e sfuggirgli non sarebbe né utile né gratificante. Tuttavia, è importante costruire dentro di sé uno spazio personale, tutto nostro, in cui poterci concedere il relax che meritiamo.

Non parlo di ritagliarsi del tempo libero, sebbene sia importantissimo… parlo di concedersi la possibilità di goderselo, quel tempo libero.

Non parlo di uno spazio concreto, ma di un angolo mentale.

Siete mai stati in un "calidarium" o in un "bagno turco"? Appena entrati si può avvertire una sensazione di pesantezza, perché siamo abituati all’aria esterna, dove possiamo guardare molto lontano l’obiettivo, e correre veloce per raggiungerlo. Una volta entrati, invece, il vapore ci permette di vedere solo ciò che abbiamo strettamente intorno a noi, e si posa sulle spalle come una calda mano che ci invita a sederci. L’istinto può essere quello di uscire subito; ma, se resistete al primo impatto, se vi accomodate, comincerete a sentire i polmoni liberarsi, e la mente aprirsi, nel silenzio. Suderete, eliminando le tossine accumulate.
Un’esperienza del genere aiuta a rituffarsi nella frenesia quotidiana ritemprati e rinvigoriti, con maggiore slancio.

Ciò che vi invito a fare è, dunque, riservare a voi stessi un simile angolo di pace, non per chiedervi dove state andando nella vita, ma dove vi trovate adesso, come state, quali emozioni provate.

E non vi sto dicendo di farlo in una spa in campagna, ma di costruire questo spazio dentro di voi.

Create il vostro bagno turco.

Un bagno turco dell’anima.




Buon ritorno al lavoro!

martedì 27 maggio 2014

Davvero no vale la pena enamorarse?

Girellando per i meandri di facebook mi sono imbattuta nella bellissima canzone latina “No vale la pena enamorarse”, con relativo dibattito tra chi sostiene che valga sempre la pena buttarsi a cufaniello nei sentimenti e chi ritiene che la prudenza non sia mai troppa perché il rischio di soffrire è sempre in agguato.

Così, da psicologa, mi sono fermata anch’io a riflettere su questa annosa questione.

Vale la pena innamorarsi? Oppure no?

Beh, se avessi una risposta definita e definitiva a questa domanda mi sentirei come Indiana Jones che trova
l’arca dell’alleanza. Come Banderas che scopre se è nato prima l’uovo o la gallina. Ma non ce l’ho. Del resto, a che serve interrogarsi su un quesito così generico? È un interrogativo impossibile proprio perché è mal posto.

Io credo che la vera domanda da farsi sia: di chi vale la pena innamorarsi?

E qui la risposta ce l’ho.

Se c’è una cosa a questo mondo di cui sicuramente vale la pena, è innamorarsi di se stessi. Solo colui che ama se stesso non consentirà all’altro di essere dominatore assoluto del proprio benessere e della propria autostima.

Molti pensano erroneamente che il punto sia amare un’altra persona, per cui ne scelgono una e vi riversano tutte le proprie risorse amorose. Ma in questo modo, l’unico effetto che ottengono è di gettare all’esterno i propri tesori emotivi, che poi finiscono con l’esaurirsi. Inoltre, queste persone saranno sempre in attesa dello sguardo dell’altro, dell’essere ricambiati, dell’essere corrisposti, perché da ciò misurano il proprio valore.

Viceversa, se impariamo ad apprezzare e ad amare prima di tutto noi stessi, l’amore che emaniamo si autoalimenterà continuamente, e non si esaurirà dandolo all’altro. In questo modo, anche se non dovessimo essere corrisposti, il rifiuto non andrà ad intaccare la fiducia in noi stessi.

È un po’ come quando va male un’interrogazione a scuola.

Quel 3 sul registro riguarda quella specifica interrogazione, magari tu e la geografia non siete fatti l’uno per l’altra, ma in alcun modo quel brutto voto deve intaccare l’idea di te stesso in quanto persona, la tua intelligenza, la tua autostima.

Spesso, quando le persone mi raccontano le loro delusioni sentimentali, sento frasi come: “Perché non mi vuole?” “Cosa ho che non va?”

È come se la propria consistenza come persona fosse completamente attribuita all’altro. Se lui/lei non mi corrisponde, allora c’è qualcosa in me che non va.
Tradotto: non sono meritevole di essere amato.

Ma se ci aspettiamo che siano gli altri a restituirci un’immagine di noi meritevole d’amore non saremo mai accontentati.

Quando una persona è orientata totalmente all’altro è come se gli chiedesse continuamente “Guardami! Guardami! Guardami!”, eppure sembra restare invisibile. Tutto ciò causa sofferenze enormi.

Solo quando quella persona sarà in grado di guardarsi da sola, potrà assumere visibilità agli occhi dell’altro.

L’amore è come un falò su una spiaggia notturna. Se continui a sottrarre ciocchi infuocati al tuo falò per darli alle altre persone, queste potranno allontanarsi, e a lungo andare rimarrai al buio e al freddo. Ma, se TU alimenti il TUO falò DENTRO DI TE, il fuoco divamperà, e allora sì che diventerai davvero un punto luminoso nella sabbia.

A questo punto la domanda diventa: se io per primo non ho amore per me stesso, chi altri potrà mai averne?


Quindi, per concludere, la mia risposta è si. Vale la pena innamorarsi. Soprattutto di se stessi. 

E voi, cosa ne pensate?

domenica 23 febbraio 2014

10 modi per capire subito se una catena di Sant’Antonio è una bufala

Aforisma del giorno: “L’idea di essere liberi terrorizza la gente che si aggrappa alle proprie catene e alle regole e avversa chiunque tenti di distruggerle.”


In questo caso, le catene a cui mi riferisco sono quelle di Sant’Antonio.
Se ne è parlato tanto, ci sono numerosi siti che ogni giorno combattono il pernicioso avanzare delle catene di Sant’Antonio aggiornando di continuo le bufale che girano sul web.

Eppure, moltissima gente continua a crederci. E a diffonderle. Dando così l’ennesima prova che Internet è uno strumento. Non è buono o cattivo, è semplicemente uno strumento dalle enormi potenzialità. C’è chi lo ha usato per creare Google, e chi lo usa per avvertire la popolazione mondiale che se non trova una B in un mazzo di R i loro desideri non si avvereranno mai, e loro lo sanno perché un contadino del Nebraska ha ignorato quella mail e subito dopo gli è esploso il rastrello. C’è chi usa la Rete per combattere la censura su avvenimenti di primaria importanza, e chi la adopera per far donare soldi sempre allo stesso bambino (inesistente) da 15 anni.

Son dettagli.

Ma perché, in una piovosa domenica di febbraio, mi è venuto in mente di scrivere delle catene di Sant’Antonio?

Perché oggi mi è arrivata l’ennesima catena?

Si, in parte.

Ma ciò che veramente mi ha dato lo spunto è stata la conversazione che è seguita alla ricezione del messaggio.
Alla mia espressione di meraviglia e al mio far notare che si trattasse di una bufala, peraltro piuttosto datata, la risposta non è stata “ah, non lo sapevo”, oppure “non ci ho fatto caso”, bensì qualcosa tipo “ognuno è libero di credere a ciò che vuole”.

Ma per carità! Assolutamente! Anch’io sono una fan di Voltaire e del suo “non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu possa esprimerla”. È ovvio!

Ma ci sono cose che vanno al di là della libertà di opinione. Ogni tanto, in questo mondo dove tutto è incerto e precario, esistono ancora dei fatti.

La catena in questione è quella famosa su WhatsApp  a pagamento che costerà quanto il caviale, perché sono rimasti solo pochi account liberi.

Ora, io potrei spiegare nel dettaglio perché questa è una palese bufala.

Potrei dire che girava già per MSN e che continua a vagare sul web dal 2001...

Potrei far notare a tutti quelli che hanno inoltrato il messaggio che la loro icona non ha cambiato colore come promesso nel messaggio stesso...

Potrei sperticarmi in considerazioni varie sulla dubbia probabilità che un tale colosso abbia finito gli account come il minimarket sotto casa finisce il latte perchè ha sbagliato a ordinarlo...

Potrei dare tante spiegazioni, ma mi limiterò a dire solo che io con queste cose ci lavoro. Sono una psicologa e a Napoli tengo corsi di formazione per adulti che si chiamano “educare al digitale”. Nel mio piccolo qualcosa so sul mondo del web, comprese le catene di Sant’Antonio.

Quindi, se vai da un nutrizionista e gli dici che la Nutella fa dimagrire, non puoi farlo nel nome della libertà di opinione.

E dire che non ci vuole molto a capire che un messaggio è una bufala. Ma siccome può capitare a tutti di caderci, soprattutto quando le catene riguardano fatti altamente emotigeni, come bambini malati o persone scomparse, ho pensato di pubblicare un piccolo vademecum.


Ecco 10 modi per capire subito se una catena di Sant'Antonio è una bufala:

  1.  Partite dall’idea che quasi certamente si tratti di una bufala. Potrà sembrarvi un atteggiamento cinico, ma vi spingerà ad avere un occhio critico nella lettura. Se partite dall’idea che si tratti di qualcosa di vero, farete meno caso ai segnali d’allarme.
  2. Leggete attentamente il messaggio senza soffermarvi sulle parti che fanno leva sull’emotività. Vi aiuterà a esaminare più lucidamente il contenuto e a notare se ci sono informazioni contraddittorie.
  3. Vedete se ci sono nomi e luoghi. Spesso le catene/bufala non fanno riferimenti a persone specifiche o a città, ma dicono solo “un povero bimbo ha bisogno di sangue”.
  4. Controllate se ci sono dettagli temporali. Spesso le bufale non hanno questi dettagli, ad esempio c’è scritto che la tale persona è scomparsa da 3 giorni, ma non c’è la data, e così il messaggio sembra sempre “recente” anche se in realtà gira da anni.
  5. Controllate “quali” dettagli temporali ci sono. Anche quando ci sono date, assicuratevi che siano coerenti e credibili. Se ad esempio in un messaggio arrivatovi oggi 23 febbraio 2014 c’è scritto che se non inoltrerete il messaggio Facebook vi ruberà le informazioni personali cambiando le impostazioni per la privacy a partire dal 1 agosto 2012, sono due le possibilità: o è una bufala (99%) o è in ogni caso troppo tardi, quindi inutile (1%)
  6. Diffidate di chi vi chiede soldi. Se c’è scritto un IBAN a cui inviare denaro, non fatelo, a meno che non siate assolutamente certi della veridicità dei fatti.
  7. Non credete ai messaggi che vi chiedono di dare dati personali, come il vostro numero di conto o la vostra password. Sono sempre bufale.
  8. Cercate su Google le parole chiave della catena, ad esempio nomi, o frasi particolari e specifiche. Così potrete valutare se la notizia è riportata da fonti autorevoli, o se qualcuno ha già fatto indagini e scoperto che si tratta di una bufala. (Come dicevo prima, ci sono molti siti che raccolgono e tengono in archivio le bufale più diffuse). Volete fare una prova? Digitate Ashley Flores bufala.
  9. Non accontentatevi di una sola fonte. Qualche volta è capitato che giornali italiani riportassero notizie che si sono poi rivelate false, come quella dei bonsai kitten, gattini venduti in bottiglia. Quindi, cercate più di una fonte.
  10. Chiedete lumi a chi vi ha inviato la catena. Spesso nelle catene ci sono scritte cose come “io l’ho già fatto”. Chiedete se è vero. Una persona ha bisogno di un intervento costoso e necessita di soldi? Chiedete a chi vi ha inviato il messaggio se conosce davvero questa persona.



E voi, cosa ne pensate delle catene di Sant’Antonio? Le cestinate a prescindere, siete solo cauti, o avete un atteggiamento del tipo “non è vero, ma ci credo”?

giovedì 13 febbraio 2014

Amore, dove mi porti per San Valentino?

Indagini Istat mostrano che ogni anno circa 1 coppia sposata su 3 entra in una grave crisi e si separa. Secondo un sondaggio condotto da “In a Bottle” quest’anno 1 coppia su 3 festeggerà San Valentino alle terme. Non saprei dire se si tratta proprio di quella coppia su tre che sta entrando in una fase di crisi, ma sta di fatto che le coppie sembrano aver bisogno di intimità e relax.

Belle le terme, condivido. Se avete bisogno di staccare per un paio di giorni dalla routine quotidiana, probabilmente un weekend alle terme è la scelta più azzeccata che possiate fare, a meno che non vi dia fastidio l’acqua troppo calda, non siate ipertesi e non siate turbati dall’avere addosso soltanto le mani di un’estranea ed un piccolo asciugamani.

O dal vedere che il vostro partner ha addosso soltanto le mani di un’estranea ed un piccolo asciugamani.

In quel caso potreste tornare più stressati di prima.

Io, nella mia ingenuità, ho pensato che la scelta fosse dettata semplicemente dal desiderio di staccare la spina per un paio di giorni, ma vediamo insieme le motivazioni delle coppie consultate nel sondaggio:

“Perché hanno optato su un soggiorno alle Terme? Quasi 1 coppia su 2 (47%) lo giustifica con la possibilità di trovare relax e benessere psicofisico (24%) e l’opportunità per dare nuova linfa al desiderio fisico dell’altro (23%). Il 19% sceglie le Terme perché favoriscono il “tete a tete” che aumenta così la possibilità di ascoltare le esigenze dell’altra persona (21%) e scoprire lati del carattere sopiti (13%) o desideri nascosti (14%).  In definitiva quello che gli innamorati italiani si aspettano di trovare alle Terme sono l’intimità di coppia (34%), la fiducia (32%), l’ascolto reciproco (31%), il confronto (29%), la gratificazione (23%) e l’equilibrio(21%).

Mi chiedo: non saranno obiettivi un tantino esagerati per un weekend alle terme? Magari non è neanche un weekend, è solo un pomeriggio…

A meno che le piscine termali non siano piene di Acqua Santa, la vedo un po’ difficile…

Ok, magari adesso sembrerà che voglia tirare acqua al mio mulino, ma se ho costruito questo mulino è perché ci credo quindi… va bene il relax, va bene l’intimità, va bene pure quel pizzico di sensualità tra i vapori del bagno turco… ma forse per l’ascolto reciproco, il confronto, la fiducia, la riscoperta dell’altro e l’equilibrio di coppia sarebbe il caso di fare anche qualcosa di diverso…

Lo dico?

Lo dico?


Lo dico!

Perché non una bella consulenza di coppia?

E voi direte: vuoi mettere la comodità di avvoltolarci in un morbido accappatoio e stordirci tra i vapori aromatici convincendoci che va tutto bene fino alla prossima lite o al prossimo “no” a letto, con la fatica di guardarci “davvero” e riflettere insieme su dove stiamo andando e come?

No, assolutamente. Ci mancherebbe. Andare a cercare il benessere alle terme è sicuramente più facile.

Tentare di portare il benessere delle terme nel vostro cuore un po’ meno. Però vale la pena provarci.

Per l’occasione, ho deciso di fare a tutte le coppie il mio personale regalo di San Valentino, potete vederlo sul mio sito www.valentinabovio.it


E voi, che programmi avete per San Valentino? Lascia un commento!

mercoledì 12 febbraio 2014

Cyberbullismo: internet è un luogo sicuro dove crescere i tuoi figli?


È di ieri la notizia dell’adolescente suicida in provincia di Padova. Nadia, quattordicenne, si è tolta la vita gettandosi da un hotel abbandonato.



Stamane ne hanno parlato anche a Radio DeeJay. Qui potete ascoltare il mio intervento, in cui parlo dell’argomento con Linus e Nicola Savino nella puntata di DeeJay chiama Italia di oggi 12 febbraio.


Il suicidio di una ragazza così giovane è sempre terribile, ma c’è un motivo se questa particolare notizia ha avuto tanta risonanza mediatica e sta rimbalzando tra giornali e trasmissioni. Nadia era iscritta sul social network Ask.fm nel quale, pare, avrebbe pubblicato foto dei tagli che si infliggeva, e parlato del suo stato emotivo e delle proprie intenzioni suicidarie. Altri utenti le hanno risposto con insulti e provocazioni, augurandole anche la morte, e spingendola ad attuare i suoi propositi.

In una parola, cyberbullismo.

E lei non ha retto.

Subito si è scatenata la bagarre di opinioni e di proposte risolutive. C’è chi incolpa i genitori, chi la società… ma un grido si è levato a gran voce: Ask.fm deve essere chiuso.

Ma io mi chiedo: non sarebbe un po’ come chiudere le autostrade perché c’è chi guida ubriaco?

Si, perché il punto non è il sito.
Il punto è che una ragazzina gonfia di dolore non ha ritenuto di appoggiarsi a nessuno, né alla famiglia, né agli amici, ma è andata a sfogarsi su un social network. Il punto sono gli altri utenti, incapaci della minima empatia, e lontani anni luce dalla comunicazione, quella vera, che hanno saputo soltanto scaricare odio attraverso una tastiera. Il punto è che adesso il mondo ha un’altra coppia di genitori disperati che non dormiranno più chiedendosi cosa avrebbero potuto fare o non fare.

Questo è il punto.

Se Ask.fm dovesse essere oscurato, immediatamente ne aprirebbero altri cento simili. Chi ha intenzione di insultare e ferire il prossimo, non ha bisogno di Ask.fm. Un modo lo trova di sicuro. Temo che questo accanimento sul social network rischi di diventare solo una caccia alle streghe. Trovato il capro espiatorio, lo si fa fuori e poi si può tornare a chiudere gli occhi fino alla prossima volta.

Purtroppo il bullismo è sempre esistito, e allora che si fa? Chiudiamo la scuola perché c’è un bullo che picchia i compagni? O cerchiamo di infondere nei nostri figli la fiducia in se stessi, crescendoli nel rispetto e nel dialogo? Non intendo solo i genitori con i loro singoli figli, ma tutti noi. Tutti noi adulti abbiamo una precisa responsabilità nei confronti degli adulti di domani.

Ora probabilmente qualcuno penserà: eccola, la solita psicologa new age, che inneggia alla fiducia in se stessi come panacea di tutti i mali. Piuttosto chiudiamo tutti i siti e i social network, e abbiamo risolto.

No.

Perché nella vita uno che ti dice “fai schifo, il mondo starebbe meglio senza di te, muori” si può sempre incontrare. Il problema è che Nadia, leggendo parole come queste, non ha chiuso il PC, non è andata dalla madre a dire “c’è un idiota che mi insulta”, non ha segnalato l’abuso. No.

Nadia probabilmente ha pensato “è vero, faccio schifo e starebbero meglio senza di me.”

Questo è il problema.

Proprio ieri si è tenuto il Safer Internet Day, è il sottotitolo dell’evento è stato “Let’s create a better internet togheter”. TOGHETER. In un mondo dove la solitudine avvelena, “insieme” è una bellissima medicina.


Voi cosa ne pensate? Che idea vi siete fatti della faccenda?

martedì 11 febbraio 2014

Lookback. Un video di un minuto basta a dire chi sei?


Goethe diceva “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Oggi direbbe “dimmi cosa posti su facebook e ti dirò chi sei”.

Si, perché nell’era di internet, in cui i datori di lavoro cercano informazioni sui candidati nei social network, le mogli gelose cercano prove di tradimento nelle chat, e le relazioni diventano complicate o disimpegnate con un clic, la tua identità è la tua immagine mediatica.

Ma è davvero così?

Le persone hanno una visione parziale di te, e con quella tendono ad identificarti. Già è abbastanza fastidioso nella vita quotidiana, dove persone che non ti hanno mai incontrato prima ti vedono mangiare un’insalata e dicono “ah, ho capito, sei la classica persona sempre a dieta, guai a sgarrare…”. Certo, perché loro non sanno che mezz’ora prima eri all’inaugurazione della pasticceria di un tuo amico e ti sei tuffato nella mignon come la Cagnotto alle Olimpiadi.

L’immagine che presentiamo di noi agli altri è ancora più parziale su internet. Soprattutto su facebook.

Qualche giorno fa Facebook ha compiuto 10 anni. Tanti auguri.
Per festeggiare, ha realizzato un filmato per ogni profilo. Lo avete visto? Certo che lo avete visto. Negli ultimi giorni è stato tutto un condividere e uno spammare in giro per bacheche.

Il video è realizzato partendo dall’immagine profilo con cui vi siete iscritti, proseguendo con alcune foto postate nel periodo iniziale di iscrizione; i post che hanno ricevuto maggior numero di mipiace, e infine le foto che avete condiviso.
Questa dovrebbe essere la sintesi rappresentativa della vostra vita su facebook. In qualche modo, dovrebbe dire qualcosa su chi siete, e su chi sono i vostri amici. Si, perché i post che hanno ricevuto tanti mipiace sono in un certo senso lo specchio della condivisione: i vostri pensieri di maggior successo e le idee che i vostri amici apprezzano maggiormente e che condividono.

Quindi, se la frase più rappresentativa del vostro passaggio sulla Rete è qualcosa tipo “sapete che non è possibile leccarsi i gomiti?” forse dovreste farvi qualche domanda.

Alcune persone sono rimaste molto soddisfatte dal filmato dell’anniversario di facebook, poiché sostengono che abbia effettivamente colto i passaggi salienti del loro percorso. Sono quindi contenti dell’immagine che di loro viene data.

Altri invece, sono rimasti perplessi e ritengono che ne risulti un’immagine fuorviante.
Una mia collega, ad esempio, è venuta fuori come un personaggio da thriller americano ossessionata da Raffaele Morelli.  Del resto, il fatto che tali post avessero ricevuto un gran numero di mipiace, offre un’immagine singolare di tutta una fetta della comunità facebookiana.

Io, in linea di massima, sono abbastanza contenta. È venuto fuori il mio amore amareggiato per Napoli, la mia città, i miei affetti familiari, e il raggiungimento di un bel traguardo professionale.
Quindi, sono soddisfatta della sintesi che facebook ha fatto di me?

No.

Sono soddisfatta di come io ho usato il mezzo facebook negli anni.
Giacchè si può offrire di se solo un’immagine parziale, cerchiamo di farlo al meglio!

E voi, siete contenti del vostro filmato per l’anniversario di facebook?
Cosa vi ha colpito di più?
Qual è l’immagine di voi che ne viene fuori?


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