sabato 2 novembre 2013

Prevenire è meglio che curare

Ricordate quel vecchio spot del dentifricio che inneggiava alla prevenzione al grido di “prevenire è meglio che curare”? I dentisti ci sono arrivati prima di noi, ma non angustiamoci, e riflettiamo un attimo su quanti colleghi conosciamo che lavorano in ambito preventivo. Nel precedente articolo “Riappropriamoci della psicologia!” ho accennato a tre campi in particolare: la scuola, i corsi preparto e la formazione.
Guardiamoli un po’ più da vicino: lo psicologo scolastico è molto utile sia per gli allievi sia per il personale, nella prevenzione e gestione dei conflitti o di fenomeni purtroppo diffusi come il bullismo, nell’orientamento, nell’ambito dei bisogni educativi speciali, e in tanti altri aspetti. Ancora oggi la maggior parte delle scuole non ha attivato neanche lo sportello-ascolto per i propri studenti e non si avvale della collaborazione di uno psicologo scolastico, nonostante le esperienze positive degli istituti che lo hanno fatto. A ciò si aggiunge un vuoto legislativo: in Europa lo psicologo scolastico è previsto per legge, in Francia lavorano 8000 psicologi scolastici! Nonostante le numerose proposte di legge, in Italia lo psicologo scolastico non è ancora una figura istituzionalizzata. Dunque, in quelle poche scuole in cui è attivato uno sportello, non è detto che si trovi uno psicologo: spesso si tratta di sportelli CIC gestiti da insegnanti interni che, quando va bene, sono pedagogisti o educatori, oppure sono gestiti da sociologi, counselor, etc. Quale gioia trovare uno psicologo ad uno sportello ascolto! E quanto gaudio quando scopriamo che lo psicologo in questione non è un tirocinante, un dottorando o un volontario, ma un professionista riconosciuto e per ciò retribuito! Ma si tratta di poche gocce nell’oceano.
I corsi preparto: oggi chiamati più correttamente corsi di preparazione alla nascita. Perché è così importante la dicitura? Perché “pre-parto” pone l’accento sul momento del parto, un momento sicuramente carico di vissuti emotivi ma sostanzialmente di competenza medica. Ecco dunque i corsi preparto gestiti interamente da ginecologi. La presenza di un medico ad un corso del genere è giusta? Assolutamente si! È sufficiente? Assolutamente no! La definizione “preparazione alla nascita” porta con sé un significato molto più complesso, di elaborazione da parte della coppia (e quindi non solo della donna che partorirà) della fase del ciclo di vita che sta affrontando, dunque non solo le informazioni mediche, per cui un ginecologo è indispensabile, ma anche informazioni di accudimento (e qui sono fondamentali i pediatri e i puericultori), e soprattutto uno spazio di formazione e di contenimento relativo al vissuto emotivo prenatale e postnatale e ai cambiamenti relazionali di tutti i soggetti coinvolti. Anche qui, dunque, la parola d’ordine dovrebbe essere “team multidisciplinare”, e gli psicologi dovrebbero occupare un ruolo centrale e di coordinamento.
La formazione: gli psicologi sono esperti di comunicazione, e hanno competenze trasversali che gli consentono di poter sviluppare e ampliare ulteriormente la propria formazione in sensi sempre più specialistici e in settori più variegati. Tutto ciò fa dello psicologo una figura elettiva nel campo della formazione, ed un’adeguata formazione significa prevenzione. Tuttavia, sempre più spesso nei corsi di formazione (ad esempio corsi sulla gestione delle risorse umane, sulla comunicazione, sull’empowerment aziendale, sul sostegno alla genitorialità) si trovano formatori provenienti da altre discipline.
La prevenzione, in qualsiasi settore, significa maggiore benessere e, cosa importantissima, minore spesa economica per lo Stato. Basti pensare alle situazioni in cui è stato sperimentato lo psicologo di base e al risparmio sulla spesa farmaceutica che ne è derivata.
Viene da pensare a tutta una serie di interessi esterni a che la situazione non cambi, ma c’è da chiedersi anche quanto abbiamo fatto finora noi psicologi per modificare tale situazione e mostrare la necessità e l’opportunità della nostra presenza in questi campi. C’è molto lavoro da fare e la strada è lunga ma non dobbiamo arrenderci.
Voi cosa ne pensate?

mercoledì 30 ottobre 2013

Riappropriamoci della psicologia!


Nel precedente articolo “Le vie della psicologia sono infinite!?!” ho fornito qualche spunto di riflessione sulla forma mentis degli psicologi in Italia, e sull’immagine che ne deriva. Oggi vorrei soffermarmi maggiormente su alcune aree lavorative che potrebbero e dovrebbero essere di nostra pertinenza, ma in cui purtroppo sempre più spesso sono impiegati professionisti diversi dallo psicologo.
Area clinica: probabilmente la maggior parte degli psicologi lavora in questo campo. Allora qual è il problema? Il problema è la tutela e l’informazione del cittadino. Dell’utente. Avete mai sentito dire a un counselor che riceve nel suo studio madri depresse che hanno subito traumi gravi come la perdita di un figlio, ad esempio? Io si. Un counselor può ricevere una donna che vive un momento tanto difficile della sua vita? Certamente si, chiunque può ricevere dove vuole una donna depressa, un buon amico di certo non la metterebbe alla porta. Un counselor, dopo aver ricevuto la suddetta donna, ha le competenze per curare questa donna? Certamente no. Rientra tra le finalità del counseling il trattamento della depressione? Men che meno. Quindi? Al rogo tutti i counselor? Buon Dio, no! Ci sono ottimi professionisti counselor (anche di questo parleremo più approfonditamente in futuro). Io voglio porre l’accento su di noi! Finora siamo stati noi psicologi a formarli, a incoraggiarli, a indurli a credere di poter fare questo genere di prestazioni. E potrei parlarvi di naturopati, terapisti olistici, e chi più ne ha più ne metta. È la concorrenza, bellezza. E noi che facciamo? Per lo più facciamo la parte di Calimero, piccolo e nero, a cui hanno rubato una fetta di lavoro. Non sarebbe meglio essere più uniti come corpo professionale, seminare e innaffiare il seme della psicologia, diffondere la cultura psicologica? Che ne sa l’ignaro utente delle differenze di formazione tra uno di questi professionisti e uno psicologo? Quindi rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo per una consapevolezza diffusa. Se lavoriamo bene in questo senso, non dovremo preoccuparci di counselor and co., anzi, potremo collaborare con loro in una maniera reciprocamente fruttuosa e stimolante. Riappropriamoci della clinica!
Risorse umane: è un campo molto interessante e ampio. Ci si aspetterebbe di trovare psicologi un po’ ovunque nei settori HR delle aziende, giusto? Sbagliato. Prendendo a campione 10 aziende della lista Top Employers Italia, ovvero l’elenco delle 45 migliori aziende italiane in cui lavorare, non ne ho trovata una in cui il responsabile delle risorse umane fosse uno psicologo. È tutto un trionfo di laureati in economia, scienze politiche o giurisprudenza. Per carità, stiamo parlando di realtà aziendali eccellenti, quindi vuol dire che sono la creme de la creme dei responsabili HR, ma parlando in linea un po’ più generale, un laureato in economia può essere senza dubbio un eccellente responsabile dell’amministrazione del personale, ma ad esempio che mi dite della selezione e della formazione? Ci starebbe bene uno psicologo, giusto? Sbagliato. Tra i responsabili della selezione del personale si trovano laureati in filosofia, scienze della comunicazione, statistica. Sembra che il tratto comune di tutti questi professionisti sia una formazione post-laurea specializzata nel settore HR, dunque uno psicologo, con le competenze già acquisite nel suo percorso di studi, dovrebbe avere una marcia in più nel formarsi in questo ambito e conseguentemente nel proporsi alle aziende. E per quanto riguarda lo stress - lavoro correlato? Ci sono molti aspetti diversi quando si parla di rischi sul lavoro, non possiamo chiuderci nel nostro guscio perché altri professionisti, come i medici del lavoro, se ne occupano…nella cultura che ho descritto nell’articolo precedente è inevitabile che sia così. Cerchiamo invece di promuovere una cultura della collaborazione e della multidisciplinarità, che possa davvero mostrare quale valore aggiunto lo psicologo possa apportare al benessere di un’azienda. Riappropriamoci delle risorse umane!
Prevenzione: dovrebbe essere il nostro pane quotidiano, tuttavia nella cultura italiana è ancora poco diffusa l’idea della prevenzione in ambito psicologico. Basti pensare alla reazione più frequente che si vede quando si propone a qualcuno di andare da uno psicologo; la reazione è più o meno questa: “io? Mica sono pazzo! Mica ho dei problemi!” dunque è diffusa un’immagine dello psicologo-pompiere che spegne gli incendi quando sono già divampati. Non c’è invece un’immagine dello psicologo come professionista che può essere utile a prevenire che il fuoco sia appiccato. Quello della prevenzione è un ambito molto vasto e vario, alcuni esempi in tal senso sono le scuole, i corsi preparto, la formazione stessa. Quanto siamo presenti in questi ambiti e cosa possiamo fare per affermare ulteriormente la nostra presenza? Per adesso mi limito ad accennarlo… pensateci su, nel prossimo articolo entrerò maggiormente nel dettaglio. Riappropriamoci della prevenzione!
Benessere e rilassamento: psicologo/benessere dovrebbe essere un’associazione d’idee immediata. Ma non sempre è così. Utilizzando un metodo altamente scientifico, ho cercato “benessere” su google immagini, ed è tutto un fiorire di fanciulle sdraiate su candidi cuscini, in mezzo alle ninfee o con dei sassi sulla schiena, insomma l’immagine grafica del benessere si associa alla spa. Cercando psicologo, invece, appaiono foto o vignette di gente afflitta, sdraiata sul lettino con la testa tra le mani e la faccia di chi avrebbe bisogno del bifidus. Ora, non so voi, ma a me l’idea che dovremmo adoperarci per attualizzare l’immagine della nostra professione e riavvicinare la gente al nostro lavoro è balenata. Giusto un tantino. Ora, non voglio soffermarmi su offerte trovate sul web del tipo “pacchetto diagnosi e massaggio”, perché ci sarebbe da fare una riflessione a parte, ma con sommo rammarico devo costatare che spesso le persone, per reagire a situazioni di stress, si iscrivono in palestra, vanno a fare yoga, massaggi etc. Per carità, queste attività sono una mano santa! Ma sappiamo quanto sia complesso distinguere un lieve stress da una situazione di maggiore difficoltà, e quanto sia difficile per un individuo prendere la decisione di rivolgersi allo psicologo. Dunque, credo che dovremo impegnarci molto nel prossimo futuro per promuovere un’immagine della nostra professione meno legata alla malattia e più al benessere a 360°. Riappropriamoci del benessere!
Psicologia del traffico: questo è un esempio di nuova branca della psicologia, che studia il comportamento dell’individuo alla guida. Gli sbocchi sono diversi, e vanno dall’educazione stradale, alle perizie, alle consulenze. Il decreto ministeriale n.17 del 26.01.2011 prevede la figura dello psicologo nei corsi di formazione per istruttori di guida. Alcuni aspetti dell’insegnamento possono essere svolti sia da uno psicologo che da un ingegnere, altri sono di stretta pertinenza dello psicologo. Dunque, soprattutto nel primo caso, dobbiamo cercare di rendere maggiormente evidente l’importanza delle competenze psicologiche in questa materia. (Ri)appropriamoci della psicologia del traffico!
Come ho già detto, ci sono molti altri possibili ambiti di lavoro per lo psicologo, si pensi alle cooperative, al turismo, al marketing, etc…però c’è ancora tanto da fare, la situazione legislativa non aiuta e non sempre gli Ordini sono tempestivi ed esaustivi nell’informare e formare gli iscritti. Non è più il tempo di sprecare energie preziose a lamentarsi delle cose che non vanno… è tempo di impiegarle per riprenderci quello che è nostro. E tu, come spenderai le tue energie? Facci sapere commentando questo articolo!

lunedì 28 ottobre 2013

Le vie della psicologia sono infinite!?!


“Cosa fa lo psicologo? Cura la gente!” - Questa è la risposta più frequente che uno psicologo possa sentire. Ma credete che questa risposta la diano persone che non fanno parte del campo psy? Non solo. Purtroppo, spesso il concetto che l’unico ambito di lavoro dello psicologo sia la cura è espresso anche da studenti in psicologia o da psicologi. E’ forse sbagliato questo concetto? Non del tutto, ma non è neanche del tutto corretto. Sono forse queste persone disinteressate al loro stesso lavoro, svogliate o ignoranti? No, certo che no! Il discorso da fare è più generale e affonda le sue radici in un background culturale e accademico, che non giustifica il vuoto conoscitivo ma certamente aiuta a spiegarlo.

In Italia le Università propongono un’ottima didattica teorica, ma come sappiamo, sono poco calate nel contesto lavorativo e formano professionisti molto preparati ma con competenze non sempre spendibili nel mondo del lavoro. Ciò accade per quasi tutti i campi. Anche per la psicologia. Nel nostro specifico caso, poi, i corsi di laurea sono spesso molto settoriali, e nella maggior parte dei casi tale settorializzazione verte sulla clinica. Così, ci ritroviamo giovani studenti che si iscrivono all’università perché hanno letto qualcosa su Freud alle superiori e se ne sono perdutamente innamorati, che diventano poi giovani laureati con una idea sola e fissa nella mente: fare clinica. Spesso questa convinzione porta poi a scegliere subito una scuola di specializzazione, perché c’è l’idea che senza specializzazione non si possa lavorare, come se la laurea in psicologia e la conseguente abilitazione formassero un professionista monco, incompleto. Ma qui ci sarebbe un discorso a parte da fare, che affronteremo in futuro. Dunque, non è colpa dello psicologo se vede nella clinica l’unica via di sbocco: è tutto il sistema ad essere impostato in questo modo. Qualcuno adesso starà pensando: eh già, e gli psicologi del lavoro dove li mettiamo? Beh, li mettiamo in altri corsi di laurea altrettanto fortemente settoriali, che formano professionisti che, anch’essi, vedono davanti a sé una sola via. Ma udite udite: lo psicologo potrebbe (e dovrebbe in alcuni casi) svolgere molti tipi di attività diverse. Lo psicologo ha competenze trasversali e fortemente dinamiche, senza contare poi che si tratta di una delle professioni dove è più importante aggiornarsi e formarsi continuamente, acquisire le competenze che mancano e affinare quelle che si hanno.

Vorrei fare qui un breve elenco delle prime aree di attività che interessano la nostra bellissima professione:

·         Clinica (la metto comunque al primo posto, non vorrei apparire troppo sovversiva)
·         Risorse Umane
·         Prevenzione
·         Benessere e rilassamento
·         Psicologia del traffico

Queste sono solo quelle che mi sono venute di getto, pensandoci un attimo. Sono certa che ce ne siano altre e spero di leggerle nei vostri commenti.

Ok, direte voi, tutto molto bello, ma se ci sono tutte queste aree, come mai abbiamo difficoltà a lavorare persino nell’area clinica, che è il nostro primo e incontrastato amore? Il discorso è lungo, le ragioni sono tante e complesse. Ma qui voglio soffermarmi sul senso di pertinenza. Da 1 a 10, quanto noi psicologi sentiamo che queste aree sono di nostra pertinenza?

Se avete risposto “10” siete già sulla buona strada. Ma qui viene la seconda domanda: quanto noi psicologi, come corpo professionale, ci battiamo ogni giorno per mettere in atto questa nostra pertinenza? Qui, temo, le risposte sono meno incoraggianti. Nei prossimi giorni, analizzerò brevemente le aree che ho elencato, sperando di offrire qualche spunto di riflessione. Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate, e rimanete sintonizzati per le prossime pubblicazioni!
E' online il mio nuovo sito! Cosa ne pensate?

www.valentinabovio.it

mercoledì 19 giugno 2013

Discutiamo del referendum sul codice deontologico degli psicologi...

 
Discutiamo del referendum per la modifica del codice deontologico degli psicologi.

I voti devono pervenire entro il 28 giugno 2013. Le mie considerazioni in video: